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Le nostre festività

2 Novembre

Prima dell'avvento di Halloween in Italia, la nostra penisola onorava il cambio di stagione e il ricordo dei defunti attraverso una ricchissima e antica trama di riti e credenze. L'autunno, con la fine del ciclo agricolo, era visto come un momento cruciale di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Ogni regione custodiva tradizioni uniche, celebrate con devozione e fantasia, spesso incentrate su piante sacre e cibi rituali specifici come il Grano dei Morti o le fave. Questi usi, pilastri della spiritualità contadina, costituivano un patrimonio culturale inimitabile, lontano dai moderni fasti consumistici. In questa pagina, ci addentreremo in questa affascinante varietà, scoprendo come simboli e piatti della tradizione esprimessero il profondo genius loci italiano.

Giorno dei Morti

L'ECO DI SAMHAIN: HALLOWEEN OLTREOCEANO

Mentre le nebbie si addensavano sulle coste americane, l'antica Vigilia di Ognissanti—All Hallows' Eve, poi contratta in Halloween—giunse nel Nuovo Mondo non su navi mercantili, ma nel cuore e nella memoria di migliaia di anime migranti.

Il vero sbarco di questa festa negli Stati Uniti avvenne con la grande ondata di immigrazione irlandese e scozzese a partire dalla metà del XIX secolo. Questi esuli, fuggendo dalla carestia e dalla miseria della loro terra natia, portarono con sé l'irrinunciabile legame con la loro cultura e i loro spiriti, ravvivando le tradizioni in un continente nuovo. Le loro usanze erano intrise di magia popolare: feste in maschera per confondere gli spiriti erranti, rituali per leggere il futuro e l'uso di lanterne intagliate che brillavano come occhi spettrali nel buio, sebbene all'inizio si usassero rape o patate. Fu in America che la più abbondante zucca prese il posto di questi ortaggi, trasformandosi nell'iconica Jack-o'-lantern.

Man mano che il nuovo secolo si apriva (tra il 1900 e il 1930), la celebrazione si fece strada oltre i confini delle comunità di immigrati. Iniziò così a fiorire l'usanza, a tratti giocosa e a tratti velata di minaccia, del "dolcetto o scherzetto?" (trick-or-treat): un modo per trasformare gli antichi scherzi notturni in una innocua questua di dolcezze.

Tuttavia, il destino finale di questa veglia misteriosa fu segnato dal boom del dopoguerra. Dagli anni '50 in poi, Halloween si spogliò in gran parte del suo antico, timoroso significato spirituale per abbracciare la sua forma più moderna e commerciale. La notte del 31 ottobre divenne un fenomeno di massa, un’esplosione di costumi elaborati, decorazioni che sfidano l'oscurità e l'onnipresente simbolo della zucca sorridente o minacciosa, trasformando il solenne ricordo in una celebrazione sfarzosa e lucrativa, ma che ancora oggi riecheggia la promessa di un confine sottile tra i mondi.

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DALLE BRUME D'IRLANDA: SAMHAIN

Per comprendere appieno l'essenza di Halloween, è necessario volgere lo sguardo indietro, ben oltre le coste americane, fino alle brume ancestrali dell'Irlanda e delle terre celtiche, dove il calendario umano, anche lì, era scandito dal ritmo della natura. La festa, infatti, non nasce in America, ma affonda le sue radici più profonde nel Samhain (pronunciato sow-in), l'antica ricorrenza celtica che segnava la fine della stagione luminosa e l'inizio dell'oscurità invernale.

Questa non era solo una transizione agricola; era una profonda cesura spirituale. Si credeva che nella notte di Samhain, il velo tra il mondo dei vivi e l'Aos Sí (il mondo degli spiriti e delle fate) si facesse sottilissimo, quasi trasparente. Era un momento sacro e al contempo inquietante, in cui gli spiriti dei defunti potevano facilmente tornare a camminare tra i loro cari, e le creature fatate potevano interagire con l'umanità.

Per i celti, l'obiettivo non era solo onorare i morti, ma anche proteggersi. Venivano accesi grandi falò non solo per celebrare il raccolto, ma per allontanare le entità maligne e per guidare le anime benevole. Le prime lanterne, precursori delle americane zucche, servivano proprio a illuminare il cammino degli spiriti.

Con l'arrivo del Cristianesimo in queste terre, la Chiesa si adoperò per assorbire e convertire le feste pagane. Così, Samhain si fuse gradualmente con la festa di Ognissanti (All Hallows' Day), celebrata il 1° novembre per onorare i santi, e con la successiva Commemorazione dei Defunti del 2 novembre. Fu la Vigilia di Ognissanti, All Hallows' Eve, a mantenere vivo il retaggio di quella notte magica e liminale, portandoci il nome Halloween.

In Italia, molto prima che giungessero le zucche intagliate e il rituale del "dolcetto o scherzetto", il nostro popolo aveva già sviluppato i propri riti, piante e cibi per accogliere e onorare i propri morti, dimostrando che l'esigenza di celebrare l'autunno e la memoria è un filo d'oro che attraversa tutta la storia umana.

QUANDO L'ANIMA RITORNA: L'ACCOGLIENZA DEI CARI NEL FOCOLARE ITALIANO

Se nelle terre del Nord la memoria degli antenati si celava nelle nebbie del Samhain, in Italia, la devozione per i defunti e la celebrazione dell'autunno prendevano forme altrettanto profonde, ma dal sapore indubbiamente più Mediterraneo. Qui, la Commemorazione dei Defunti (2 novembre) non è mai stata una festa importata, ma un autentico, viscerale pilastro della cultura popolare.

Molto prima che le lanterne a forma di zucca illuminassero le nostre porte, le case e i borghi d'Italia si preparavano con riti autoctoni che fondevano sapientemente la tradizione cristiana con antiche credenze contadine. Il fulcro di queste veglie non risiedeva nell'esuberanza del travestimento, ma nella sacralità del focolare domestico e nel linguaggio del cibo.

In ogni regione, l'arrivo di Novembre era scandito da specifici simboli: non solo la visita al cimitero, ma anche la preparazione di pani speciali, dolci rituali e piatti caldi lasciati in dono agli spiriti. Le anime dei cari non erano entità da spaventare, ma ospiti attesi che tornavano a sedersi idealmente alle nostre tavole, portando benedizione o, talvolta, sussurrando avvertimenti.

Questo è il tesoro che si cela nel folklore italiano: un mosaico di usi e costumi che, dalla Sicilia al Trentino, ci racconta una storia di amore e rispetto per chi non è più tra noi.

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TAVOLE IMBANDITE PER I DEFUNTI

Laddove il velo si assottiglia, l'Italia rispondeva con un gesto di profonda e commovente ospitalità: la tavola imbandita. In molte regioni, si credeva fermamente che nella notte solenne tra l'1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornassero a visitare le loro dimore terrene. Per accogliere questi illustri e silenziosi ospiti, si metteva in atto un rito di accoglienza che trasformava la casa in un tempio di memoria.

La tavola veniva lasciata apparecchiata per tutta la notte, un banchetto simbolico che nessuno dei vivi osava toccare: era interamente destinato agli spiriti. Il cibo offerto era semplice e rituale: pane, vino, acqua, castagne e talvolta dolci o latte. Questo gesto, come in Lombardia e Veneto, sigillava il legame indissolubile tra le generazioni.

Al Sud, la tradizione acquisiva tonalità più zuccherine e misteriose. In Sicilia e Calabria, la figura del defunto si faceva dispensatrice di gioia: i bambini ricevevano i celebri “pupi di zucchero” (pupi ri zuccaru), raffigurazioni dolciarie che si credeva fossero un dono d’amore lasciato dai propri cari estinti.

Parallelamente, in Sardegna, si svolgeva l’usanza del "Su Mortu Mortu": una sorta di questua rituale in cui i bambini si recavano di casa in casa, non per minacciare scherzi, ma per chiedere offerte di frutta secca e dolci destinate simbolicamente alle anime.

I DONI DELLA TERRA: SIMBOLI DI PASSAGGIO E MEMORIA

Queste notti di veglia erano scandite anche dai doni della terra, che si trasformavano in potenti simboli di passaggio e rinascita:

  • Il Castagno (Castanea sativa): I suoi frutti, le castagne, arrostite sui fuochi comunitari, erano offerte calde per gli spiriti e nutrimento collettivo, simboleggiando la protezione e la resistenza all'inverno.

  • La Vite (Vitis vinifera): Il vino, suo prodotto essenziale, agiva da "ponte" tra i mondi, libagione rituale che facilitava il ricordo e la connessione.

  • Il Grano (Triticum spp.): Trasformato in pane votivo, spesso di forma circolare, incarnava perfettamente il ciclo eterno di vita, morte e rinascita, un augurio di continuità per l'anima.

Attraverso questi gesti e questi simboli, l'Italia celebrava l'autunno e i suoi defunti non con paura, ma con una profonda e radicata pietà.

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IL CRISANTEMO:

da fiore del sole a fiore dei morti

Originario dell'Asia, il Crisantemo (Chrysanthemum) vanta una storia ricca e un significato profondamente luminoso. Nelle sue terre d'origine, era ed è un potente simbolo di longevità, gioia e rinascita: in Cina rappresentava la pura bellezza dell'autunno, mentre in Giappone è tuttora il fiore imperiale, sacro emblema del sole e della vita che prosegue indomita.

Quando giunse in Europa nel Settecento, conquistò immediatamente giardini e artisti. Tuttavia, in Italia, il suo destino subì una peculiare e ironica metamorfosi. La sua fioritura, che coincide perfettamente con la Commemorazione dei Defunti (2 novembre), lo legò in modo indissolubile a questa ricorrenza. Così, il fiore di luce e immortalità divenne, quasi per caso, il malinconico “fiore dei cimiteri”.

Un'ironia ancor più sottile si nasconde nelle sue proprietà botaniche: alcune specie, come il Chrysanthemum cinerariifolium, contengono le piretrine, noti insetticidi vegetali che, simbolicamente, allontanano gli insetti e preservano ciò che è sacro. In un destino che intreccia l'Oriente e l'Occidente, il Crisantemo rimane un potente mediatore tra il ciclo della vita e il dovere della memoria.

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IL MISTERO DELLE LUMERE

Non erano zucche arancioni, bensì umili rape, barbabietole e, talvolta, zucche nostrane, a servire, qui in Italia, da custodi per la fiamma votiva.

Nelle regioni del nord, dalla Lombardia al Veneto, dal Friuli al Piemonte, la notte fra il 31 ottobre e il 2 novembre era illuminata da queste primitive lanterne, conosciute come lumere, lumìn o lumazze. Gli ortaggi venivano pazientemente scavati e svuotati, trasformandosi in fragili involucri di una candela. La loro missione era solenne: posizionate sui davanzali, nei campi o presso i cimiteri, esse avevano il compito sacro di illuminare la via del ritorno per le anime erranti.

Questo rito si fondeva con la questua dei bambini che, portando in giro queste fiaccole vegetali, chiedevano offerte di frutta secca o dolci "per i morti", un gesto che anticipava in modo spontaneo il più moderno trick-or-treat.

È affascinante notare che anche il celebre mito irlandese di Jack O’Lantern ebbe origine da una rapa intagliata. Fu solo con il grande esodo verso l'America, dove le grandi e morbide zucche erano abbondanti e facili da modellare, che l'antica usanza cambiò forma, consegnandoci l'iconografia che oggi conosciamo. Eppure, il senso profondo, quello di accendere una luce per chi non ha più corpo, rimane immutato.

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LA CASTAGNA E IL FUOCO: NUTRIMENTO PER LE ANIME

Quando i boschi si tingono d'oro e il profumo della legna ardente si diffonde dai paioli, l'autunno in Italia celebra il rito antico della castagnata, una delle tradizioni più sociali e sentite. Questi non erano semplici raduni conviviali, ma veri e propri riti di passaggio, intimamente connessi alla fine del ciclo del raccolto e, soprattutto, al profondo ricordo dei defunti.

La castagna assumeva, in questo contesto, un ruolo sacro: era considerata il "cibo dell’aldilà". Questo frutto, che cade a terra dall'albero, racchiuso in un guscio spinoso per poi rivelare la sua polpa nutriente, era il simbolo perfetto dell'anima che si libera dal corpo per raggiungere un nuovo stato.

Nelle regioni appenniniche, la notte tra l'1 e il 2 novembre vedeva l'accensione di fuochi nei cortili e nei camini. Le famiglie arrostivano con cura le castagne e ne lasciavano un'abbondante porzione sul davanzale o sulla tavola, in un gesto di profonda pietà "per le anime che tornano". Era un modo per nutrire simbolicamente i propri cari nel loro viaggio di ritorno, confermando che, anche nell'oscurità della notte e dell'inverno imminente, il legame con loro restava forte e indissolubile.

LA MELAGRANA: SEME DI IMMORTALE RITORNO

Pochi frutti racchiudono un simbolismo tanto potente e un mistero tanto profondo quanto la melagrana. Nella mitologia greca, i suoi semi scarlatti furono il tragico legame di Persefone con l'oltretomba: mangiandone solo sei, la dea fu condannata a dividere l'anno tra la luce della Terra e le ombre di Ade. Da questo mito cosmico nacque il ciclo delle stagioni: la discesa e la rinascita, la vita che muore e, immancabilmente, rifiorisce.

Questa sacra narrazione si radicò profondamente anche nel mondo contadino italiano. Il melograno era pianta di buon auspicio, spesso piantato accanto ai cimiteri e alle case, poiché si credeva avesse il potere di proteggere l'anima e favorire il suo ritorno alla vita. Non sorprende che in regioni come la Sicilia e la Calabria venisse offerto ai defunti durante la Commemorazione dei Morti, affiancando vino e dolci di mandorla in un tributo solenne. I suoi innumerevoli semi, racchiusi in un'unica scorza, rappresentavano la miriade di vite contenute in un'unica essenza.

È il frutto del paradosso: sanguina ma cura, marcisce e germina, muore per poter rinascere. Non è un caso che la sua buccia contenga composti naturali che aiutano la conservazione, come l'acido ellagico e i tannini. Per tutti questi motivi, nei riti dei defunti, la melagrana non è mai stata segno di lutto, ma il più vivido e prezioso presagio di immortalità e di un nuovo, inevitabile, risveglio.

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LA NOCE: MISTERI E ANIME NELL'OMBRA

Tra i frutti dell'autunno, pochi evocano un'aura di ambiguità e arcano quanto la noce. Nutrimento prezioso, ma anche intrisa di leggende di veleno e magia, il suo ruolo nel folklore è sempre stato enigmatico. Il Noce comune (Juglans regia), con la sua ombra densa e quasi impenetrabile e il profumo acre delle sue foglie, era da sempre considerato un albero "inquieto", intimamente legato al mondo delle anime e ai sabba notturni.

Non a caso, in Campania, presso Benevento, si ergeva il leggendario Noce delle Streghe: un luogo dove, si narrava, nelle notti di luna piena, le streghe danzavano nude in compagnia del Diavolo stesso, in un vortice di riti pagani. Ma dietro il sipario del mito si cela una verità etnobotanica: le foglie e i frutti del noce contengono il juglone, una sostanza allelopatica che, di fatto, inibisce la crescita di altre piante intorno a sé. Questa singolare caratteristica diede origine alla diffusa superstizione che dormire alla sua ombra portasse malattie o incubi, un sonno turbato da presenze oscure.

Eppure, la noce era anche un prezioso cibo dei morti. Il suo guscio tenace e coriaceo, una volta aperto, rivela un seme dalla forma singolarmente cerebriforme, che ricordava un cervello umano. Questa somiglianza la rese un potente simbolo della mente e dell'anima, custode di pensieri e ricordi. Per questo, in molte regioni italiane, durante la festa dei defunti, si distribuivano noci e frutta secca ai bambini, non solo come dolce, ma come un dono tangibile "dell'anima dei morti", un piccolo pegno lasciato dai cari che, seppur invisibili, vegliavano ancora.

IL GRANO ETERNO: SIMBOLO DEL CICLO COSMICO

Quando il paesaggio si spoglia e la terra si prepara al riposo invernale, il grano si rivela il simbolo più puro e potente del ciclo vita-morte-rinascita. È l'emblema del paradosso cosmico: affinché ogni seme possa germogliare e ascendere alla luce, esso deve prima discendere e morire nell'oscurità della terra. Per questa ragione ancestrale, nei riti dedicati ai defunti, il grano era considerato l'alimento più sacro e universale.

La sua presenza era imprescindibile in molte regioni d'Italia, in particolare nel Sud, in piatti rituali offerti in occasione della Commemorazione dei Defunti. Dalla Sicilia alla Puglia, dall'Umbria alla Campania, si preparavano piatti a base di grano bollito, dolcificato con miele, arricchito con vino cotto o noci. In Puglia e Basilicata questi piatti prendevano nomi evocativi come "la colva", “grn cutt” o "cicce cutte". Spesso venivano lasciati sulla tavola la notte del 2 novembre come un nutrimento sacro riservato in esclusiva alle anime dei cari che tornavano a casa.

Quest'usanza affonda le radici negli antichi culti mediterranei, in particolare quelli legati alla triade di divinità femminili: Demetra (dea del raccolto), sua figlia Persefone (regina dell'Oltretomba) e la stessa Terra. Ogni chicco di grano, con la sua discesa e la successiva resurrezione a primavera, replicava il viaggio dell'anima umana, sprofondando nell'oscurità per risorgere, annunciando così l'eterna promessa del ritorno alla vita.

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DOLCI E DONI SILENZIOSI: LA PASTICCERIA DELLA MEMORIA

I dolci dedicati a Ognissanti e al Giorno dei Morti non sono mai stati pensati solo per i vivi: sono l'espressione più tenera dell'ospitalità rivolta alle anime in visita. In ogni regione, l'arte dolciaria ha creato opere che onorano i defunti, spesso utilizzando ingredienti poveri ma carichi di significato simbolico come la frutta secca, le spezie e il mosto cotto.

Queste prelibatezze, che siano lasciate sul tavolo accanto all'acqua fresca, donate ai bambini come pegno d'amore dei nonni scomparsi, o semplicemente spezzate e condivise, raccontano una storia di affetto che trascende il tempo.

IL PAN DEI MORTI: UN DONO DI MEMORIA E SPEZIE

In Lombardia, accanto al rito delle castagne sui davanzali, comparve un dolce dall'origine umile: il Pan dei Morti. Nato tra il XVII e il XVIII secolo, questo non era affatto pane nel senso stretto del termine, ma un pane simbolico nato della cucina di recupero.

La sua nascita è un toccante esempio di come la devozione popolare trasformasse la frugalità in festa. Si realizzava impastando insieme ciò che restava nelle dispense al termine della stagione agricola e in vista dell'inverno: biscotti secchi sbriciolati, farina, uvetta, noci, fichi secchi, mandorle e la nota scura del cacao. A tenere insieme questa ricchezza di sapori autunnali erano spesso gli albumi d'uovo e un liquore dolce, il tutto profumato intensamente da un generoso mix di spezie, in particolare cannella e noce moscata.

Preparato tradizionalmente per la Commemorazione dei Defunti, il Pan dei Morti veniva offerto ai visitatori e, soprattutto, lasciato sul tavolo—spesso accanto a un bicchiere d'acqua fresca—come dono solenne "per chi tornava". Era il culmine di quell'antica usanza dell'ospitalità simbolica: un modo concreto per condividere il cibo, nella memoria e nel cuore, con chi non era più fisicamente tra i vivi. Questo dolce celebra ancora oggi l'idea che la vita, anche nella stagione del riposo, continua.

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IL RICHIAMO DI EPONA: I CAVALLI DEL TRENTINO

In Trentino Alto Adige, la veglia dei defunti assume un carattere più solenne e antico. Qui, le campane suonano a richiamare le anime a tavole imbandite con cura. L'atmosfera è intima e sacrale: la tovaglia e le stoviglie restano immobili, rischiarate unicamente dal bagliore tenue delle "brase" (le braci) dei focolari.

Su queste tavole, in bella vista, non di rado si trovano i "Cavalli dei Morti": grosse, rustiche pagnotte dolci, che spesso vengono modellate in una forma che ricorda un ferro di cavallo o l'equino stesso. Il nome, così evocativo, ci trasporta indietro nel tempo, oltre i confini d'Italia.

Il riferimento al cavallo, infatti, pare risalire al culto di Epona, una divinità di origine celtica venerata anche in epoca romana. Epona era la protettrice dei cavalli e, soprattutto, era colei che si credeva accompagnasse le anime dei morti nell'Oltretomba.

Lasciare questi dolci sulla tavola non è dunque solo un gesto di nutrimento, ma un profondo omaggio all'antica psicopompa, quasi un augurio affinché il viaggio dei defunti sia agevole e protetto. I Cavalli dei Morti sono il dolce simbolo di un'alleanza tra cielo e terra, dove il pane della vita eterna si lega al mito del passaggio.

GLI OSSUS DE MORTU: IL CROCCANTE INQUIETANTE

In quasi tutte le regioni d'Italia, la memoria dei defunti viene onorata con una pasticceria che, nel nome, evoca un legame diretto e ineludibile con l'aldilà: sono le Ossa di Morto—un nome diffuso ma declinato in innumerevoli varianti regionali.

Tra queste, spiccano gli Ossus de Mortu sardi. Questi dolcetti vengono preparati con una base semplice ma raffinata: un impasto di mandorle a filetti, albume e zucchero. Il risultato è un piccolo enigma culinario: un biscotto dalla superficie pallida, quasi diafana, che conferisce l'aspetto spettrale di una vera reliquia scheletrica.

Ma il vero cuore gotico della tradizione risiede nella loro consistenza. Questi dolci sono deliberatamente secchi e croccanti; quando vengono spezzati o addentati, producono un inquietante scricchiolio. Sebbene alcuni colleghino il nome a questa caratteristica sonora, è molto più probabile che il loro battesimo sia legato semplicemente alla ricorrenza. Tuttavia, la mente popolare ha colto l'occasione: l'aspetto pallido unito a quel rumore secco e netto suggerisce, con una metafora potente e macabra, l'idea di stare mangiando simbolicamente le ossa lasciate da chi è passato oltre. Un modo, forse, per confrontarsi con la caducità della vita e onorare il corpo che un tempo ospitava l'anima.

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Foto papassini di Sola Emanuela

I PAPASSINI: LE GEMME DELLA FESTA SARDA

Rimaniamo in Sardegna dove troviamo un altro dolce iconico di questa ricorrenza: i Papassini (Pabassinas). Questi dolcetti romboidali, piacevolmente aromatici, sono uno scrigno di sapori autunnali e mediterranei, pensati per celebrare l'abbondanza del raccolto in un momento di ricordo solenne.

La loro essenza risiede nella papassa, ovvero l'uva passa, che conferisce una dolcezza naturale e l'umidità necessaria a un impasto semplice e deciso. A questa si uniscono i sapori robusti di noci, mandorle e i profumi di scorze di agrumi e semi di anice o finocchietto, legati insieme da farina, strutto e uova.

Una volta cotti, i Papassini possono essere ricoperti da una leggera meringa candida, spesso decorata con codette colorate. Sia con il loro manto bianco che nella loro veste più rustica sono il simbolo di un dono prezioso e nutriente, un'offerta di sostanza che onora il passaggio delle anime e ricorda ai vivi la generosità della terra. La loro preparazione, spesso rituale e collettiva, segna il cuore della pasticceria sarda di novembre.

IL LEGAME CON L'ADE: LE FAVE DEI MORTI

Diffuse in quasi tutta la Penisola, le Fave dei Morti sono molto più di semplici pasticcini alle mandorle; sono l'evoluzione dolce di un rito antichissimo. Il loro nome deriva dalla fava, un legume che, nel mondo classico, aveva un legame profondo e inquietante con l'Oltretomba. I greci e i romani credevano che la pianta, con le sue radici che affondano in profondità e lo stelo cavo, fosse un mezzo attraverso cui le anime dei defunti potevano risalire sulla Terra. Si credeva addirittura che la fava stessa contenesse l'anima dei trapassati, ed era quindi bandita dai Pitagorici e usata nei banchetti funebri.

Questo dolce, la cui origine si colloca probabilmente nelle cucine di Roma e del centro Italia, ha sostituito l'antico legume pur mantenendone il nome e la forma ovale. Oggi si prepara con una base di farina di mandorle tritate, albume d'uovo, pinoli, zucchero e la nota aromatica della scorza di limone.

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I RICCIOLI DI ZUCCHERO: LE FANFULICCHIE DI LECCE

Nel Salento, a Lecce, incontriamo una tradizione meno solenne ma incredibilmente dolce, legata alla dimensione del mercato e dell'offerta. Qui, il ricordo dei defunti si manifesta nei semplici ma festosi riccioli di zucchero caramellato attorcigliati, conosciuti come fanfulicchie (o fandullicchie).

Queste piccole sculture zuccherine, tradizionalmente infuse con un fresco sapore di menta o altre essenze, erano un prodotto di festa e di carità. Venivano vendute ai banchetti allestiti esclusivamente nei giorni dell'1 e 2 novembre, spesso nei pressi del cimitero, come parte di fiere antiche legate alla Commemorazione.

L'usanza vuole che queste caramelle venissero spesso accoppiate a giocattolini di legno e donate, in particolare, ai bambini meno abbienti e agli orfani. Le fanfulicchie, dunque, incarnano un gesto di amore e consolazione, un piccolo dono lasciato idealmente dai defunti ai più piccoli: una dolcezza effimera che portava un attimo di gioia e un ricordo che persiste oltre la malinconia della veglia.

LA COLVA: IL GRANO CHE SPOSA IL MITO

In Puglia e in alcune zone della Basilicata, il legame tra il cibo e il ciclo vita-morte-rinascita trova la sua massima espressione in un dolce solenne e mistico: la Colva (o Grano dei Morti). Questo piatto è una sorta di 'macedonia' sacra, incentrata sul grano bollito – il chicco che deve morire nella terra per poi risorgere.

La sua origine affonda in riti tanto antichi da toccare forse le liturgie ortodosse, dove il grano bollito (koliva) è un'offerta tipica per la commemorazione dei defunti, simboleggiando la morte e l'attesa della resurrezione. La radice del simbolismo è però persino più profonda: risale alla Grecia antica e al mito di Demetra e Persefone. Qui, il Grano, simbolo di vita e abbondanza terrestre, si unisce ai chicchi della Melagrana, simbolo del legame con l'Oltretomba e del ritorno ciclico.

Nella ricetta tradizionale pugliese, il tocco di magia non è dato dallo zucchero, ma dal Vincotto, un dolce sciroppo d'uva o fichi che apporta un sapore intenso e ricco, richiamando antichi sapori contadini. L'aggiunta di noci tritate e profumo di cannella completa questo dolce allegorico, facendone il simbolo perfetto di quell'unione tra la terra, il ricordo e la promessa di un'eterna fioritura.

Foto del grano cotto di @casa_28
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IL GRAN TEATRO DEL RICORDO: I DOLCI DI SICILIA

La Sicilia, terra di contrasti drammatici e antiche civiltà, celebra la Commemorazione dei Defunti con una ricchezza e una teatralità culinaria senza pari. Non c'è una sola specialità, ma un vero e proprio banchetto dell'anima, una profusione di dolcezze che onorano gli avi.

In questo vasto cannistru di memoria, in ogni angolo dell'Isola si ritrovano i Pupi di Zucchero, regali statuette lavorate e dipinte che fungono da effigi colorate degli avi. Queste figure non sono semplici dolci, ma l'incarnazione splendida e fragile del ricordo, donate ai bambini la mattina del 2 novembre come l'ultimo, magnifico pegno d'amore lasciato dai defunti. Accanto a loro, spesso si trovano i Panini Dolci a forma di Mano, noti come Dita di Apostolo, e altri biscotti secchi e profumati. A Messina, ad esempio, si preparano le Piparelle, croccanti all'esterno, ideali per essere inzuppate nel liquore, mentre a Catania si trovano gli ’nZuddi (o Vincenzi), nati nelle cucine conventuali, col loro impasto semplice di mandorle, miele e cannella. La pasticceria siciliana trasforma così il lutto in un'opulenta celebrazione, dove il ricordo si materializza in una figura splendidamente effimera.

L'IRONIA PARTENOPEA: LA SCATOLA NERA DEL RICORDO

A Napoli l'eleganza si mescola a un umorismo proverbialmente fatale. L'omaggio partenopeo non è un biscotto né un pane, ma un torrone completamente reinventato per l'occasione: O' Morticiello.

Dimentichiamo il miele e la veste chiara del torrone classico; questa versione è un blocco di oscurità voluttuosa. L'ingrediente cardine è il cioccolato, fondente e profondo, arricchito da sfumature intense come la nocciola, il gianduia o l'amaro del caffè.

Ciò che rende questo dolce irresistibilmente sarcastico è la sua presentazione. Plasmato in una forma allungata e rettangolare, viene servito a fette che richiamano, in un'associazione diretta quanto irriverente, la cassa da morto. Battezzato con l'esplicito e ironico nome di "O’ Morticiello", questo dolce racchiude la filosofia napoletana: esorcizzare il lutto con la massima dolcezza. È la piccola, perfetta bara di cioccolato che ricorda ai vivi che, anche di fronte all'ombra, c'è sempre spazio per il piacere intenso.

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Foto di Zuppa di fave Margherita

PIETANZE SALATE: LA ZUPPA DI FAVE E LE ALTRE OFFERTE DI NOVEMBRE

Questa ricorrenza, pur essendo dominata da dolci come il Pan dei Morti o il Torrone, vede comparire sulle tavole durante tutto il periodo diverse preparazioni di sostanza, come la robusta Cisrà piemontese, il pepato Pan co' Santi toscano, la confortante Minestra Maritata campana o le fragranti Muffulette siciliane.

Tra le tradizioni più toccanti, in Ciociaria rivive il ricordo della Zuppa di Fave. Nell'antichità, si credeva che le fave fossero la sede dell'anima dei defunti, rendendo il loro consumo un vero e proprio atto di comunione mistica con i trapassati. Un tempo, la zuppa veniva cucinata lentamente e servita con il pane rosso di granoturco, un pasto di estrema semplicità e di profondo valore.

Oggi questo rito si fa personale e sofisticato, come nella suggestiva rilettura della nostra amica Margherita: un gesto che raccoglie l'eredità di "nonna Angiolina" e la trasforma. La sua versione, che amalgama cipolla, patate, e il profumo del rosmarino in un lento brodo vegetale, culmina in una nota moderna e vibrante: l'aggiunta di losanghine di aringa affumicata. Un connubio di terra e mare che onora il passato con il gusto contemporaneo, dimostrando come la memoria sia un piatto in costante evoluzione.

Scopri qui la ricetta della Zuppa di Fave del 2 Novembre di Margherita.

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